Cosa mi ha portato il corriere Clint Eastwood

Recentemente sono andato al cinema a vedere The Mule (Il Corriere), ultima fatica dell’ormai quasi novantenne Clint Eastwood. Nel tragitto dalla sala alla macchina, con i titoli di coda in testa e i biglietti ancora in tasca, ho preso la decisione di scrivere questo breve articolo. Lo scopo è duplice: rendere omaggio a uno dei personaggi più celebri del cinema planetario e, allo stesso tempo, provare a mettere in ordine le sensazioni che ho provato durante la visione del film. Detto fatto, ecco a voi l’elenco di quello che mi ha portato il corriere Clint Eastwood. 

Il corriere Clint Eastwood mi ha portato ovviamente gli Stati Uniti e in particolare il Midwest. Soprattutto quello traumatizzato dal technological unemployment e dalle incertezze della middle-class. Earl Stone, il protagonista, è infatti un vecchio arnese dell’Illinois, reduce della Guerra di Korea, appassionato di fiori e di Polka. È vero, Earl ha difficoltà a mandare messaggi con il cellulare, ma non ha certo bisogno di Google per cambiare una gomma bucata. 

Mi ha portato la droga dei messicani: quella bianca come i loro calzini alla caviglia, che risalta al nero delle loro armi automatiche e che fa il giro di tutti gli stati d’America. Stati che il vecchio Earl, innamoratissimo del suo pick-up della Ford, se li è girati praticamente tutti. Senza mai prendere una multa. Insospettabilissimo. Il corriere per il cartello messicano lo fa, almeno all’inizio, inconsapevolmente, guidato solo dalla voglia di rimettersi in gioco e dal desiderio di riscattare la sua proprietà. Alla fine di corse ne farà dodici, inseguendo però un orizzonte del tutto personale e insolito. Senza mai allontanarsi dalle sue responsabilità.

Mi ha portato, ancora una volta, la causa dei reduci e l’importanza della comunità. Dopo Gran Torino e American Sniper pensavo di non dover più fare i conti con nessuna guerra, ma invece eccoci qua. La classica retorica americana potrà dire qualcuno. Può darsi, ma i venticinquemila dollari usati per rilanciare il locale dei veterani sono più di un semplice vezzo cinematografico. Malessere diffuso, problemi come lo stress post-traumatico e il difficile reinserimento all’interno della società, sono battaglie che Clint non smette di combattere. Ci sono molte cose da mettere in ordine nel vicinato e i riflettori accesi su questi temi possono ancora, pacatamente, illuminare il cuore.

Mi ha portato, magistralmente, lo scontro tra famiglia e lavoro. Cose che a un certo punto Earl Stone perde entrambe: la prima, a causa di quell’infantile arroganza che lo ha portato a cercare chissà quale gloria al di fuori delle mura di casa invece che badare all’amore autentico. Il secondo, ovviamente a causa ancora di quei maledetti cellulari. Alla fine però, dimostrandosi semplicemente “un fiore che è sbocciato tardi”, Earl si dimostrerà per quello che veramente è: un grande americano attaccato ai valori tradizionali. 

Mi ha portato, in definitiva, quella dimostrazione di esperienza umana e morale che si acquista solo con la vecchiaia. Per questo motivo The Mule ha il sapore di testamento: Clint Eastwood, attraverso Earl Stone, ci dice cosa ha bisogno di essere conservato e cosa no. Un mondo troppo piegato sull’insicurezza e il controllo del linguaggio non è nella lista perché genera solo un’ironia passeggera. Il suo pick-up invece non va assolutamente venduto. Dobbiamo usarlo per andare sempre controcorrente. Ma questa volta col bagagliaio pieno di valori.

Ps. C’è solo una cosa che il corriere Clint Eastwood non mi ha portato. La voglia di smettere di guardare i suoi film. 

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