Dialogo su Serotonina

Il direttore ed io, una volta finito di leggere Serotonina di Michel Houellebecq, ci siamo scritti delle mail per discutere e confrontare le nostre impressioni sul libro. Questo è ciò che ci siamo detti, quasi senza spoiler.

Da Niccolò Murgia:

Caro direttore,

ho appena concluso Serotina di Houellebecq. Parliamone un po’.

Mi è piaciuto molto. Ha toccato delle corde che sento esposte nella mia persona. Come al solito ha solleticato il nostro sentimento di disagio nella cultura occidentale in cui tanto ci sforziamo di essere comodi. Ci ho visto una critica all’accumulazione, patologia di cui soffro, e un desiderio di semplicità e rappresentanza. Ha corretto il tiro da Sottomissione e ha parlato di Macron tra le righe di una t-shirt da marinaio francese senza parlarne. I gilet verts non son gialli, come quelli veri. Non sono così forti come quelli che Di Maio e Di Battista vogliono incontrare. Per dirsi cosa, poi?

Ha ragione Lorenzo Castellani quando dice che adesso Houellebecq non va più di moda, da quando ci sono i populisti – ci sono sempre stati. È scorretto senza essere necessariamente un troll. Forse è proprio per questo che Serotina mi è piaciuto così tanto, mi è sembrato necessario, sia per il contesto socio-politico del momento sia per questo punto della mia vita.

Non so se tornerà Camille. E poi, tu avresti sparato?

Niccolò

Da Mattia Lupi:

Caro Niccolò,

È un piacere scambiare qualche riflessione su Serotonina con te.

Devo confidarti una cosa però: parlare di Houellebecq per me non è facile. I suoi libri li conservo materialmente, tutti in ordine, nell’angolo meno visibile della libreria e spiritualmente, in ordine sparso, in quello più recondito del cuore. Esattamente come uno di quei segreti che vorresti gelosamente tenere al sicuro. E non è retorica. Cerco di spiegarti il perché.

Anche dopo aver finito Serotonina ho avuto come l’impressione di aver perso qualcosa di intimo. Questo perché secondo me Houellebecq sa essere allo stesso tempo amico e nemico del lettore. I suoi personaggi, come noi, sono vittime e carnefici del mondo che abitano. Le loro disavventure ci obbligano spesso a fare i conti con le contraddizioni che ci caratterizzano in quanto essere umani, stimolando continuamente il dubbio circa la nostra capacità di relazionarci al mondo e alle persone con coerenza.

Houellebecq lo reputo senza dubbio il miglior cantore della contemporaneità: scrive di noi e per noi, Europei disincantati, della nostra solitudine e delle nostre debolezze. Nel mare delle sofferenze quotidiane generate spesso dalla nostra genuina estraneità di fronte ai meccanismi più contorti e disumanizzanti delle società capitalistiche avanzate, lui ci offre sempre la possibilità di un’isola: un luogo puro, incontaminato (e anche un po’ animalesco) dove potersi sentire finalmente a proprio agio con i propri sentimenti. Nemico giurato di qualsiasi costruttivismo liberticida, egli antepone frequentemente l’irrazionalismo delle scelte umane alla pedagogia e ai falsi moralismi di chi sogna, forse inconsapevolmente, un uomo libero da ogni passione autentica (in quanto generatrice di conflitti), offrendoci alla fine un posto accanto a lui nel viaggio alla ricerca dell’amore e della felicità.

Credo siano ancora una volta questi i tratti più rilevanti del libro. Amore e compassione. Tramite Serotonina, infatti, non ho fatto altro che riabbracciare il mio amico Michel. Con lui alla fine mi sento meno solo. Serotonina è il romanzo che cresce con noi e che ci tiene compagnia mentre affrontiamo il futuro incerto. Ecco, credo sia proprio un libro per tempi incerti. Evocando i fantasmi della disoccupazione, del dissolvimento della famiglia e dell’ amore disinteressato, alla fine Houellebecq riesce anche ad esorcizzare il senso della fine.

Ad un certo punto del libro compare questa frase: “Che ci possiamo fare, tutti quanti noi, rispetto a qualsiasi cosa?” È questa pacata rassegnazione (che ha quasi il sapore di un atto auto-assolutorio) a rendere Houellebecq l’amico più intimo con il quale confidarsi. Per dirsi cosa? Come ti dicevo, questo lo tengo per me.

Mattia

Da Niccolò Murgia:

Caro direttore,

stamattina sull’autobus mi sono reso conto di una cosa. Serotonina è un romanzo sulla mancanza. Horror vacui di senso, significato, direzione, ragazze spagnole attraenti e quel qualcosa di intimo che hai perso tu.

L’unica cosa che non manca mai sono i soldi, che certo calano ma che ci permettono comunque di comprare proiettili, spaccare vetrate e comprare formaggi. Sono i soldi a fornire la libertà di cercare – e perdersi – o sono i soldi e la libertà che ne deriva a farci perdere – e dunque ci portano indirettamente a cercare un senso?

E se è vero che esorcizza il senso della fine, sono d’accordo con te, devo riflettere sulle sue capacità divinatorie di cui si è parlato forse fin troppo nella trattazione collettiva di Serotonina.

Alla fine come in Sottomissione, Michel non predice il futuro. Racconta solamente uno scenario possibile della nostra cultura con delle iperboli. La deriva islamica di Sottomissione è figlia del contesto culturale e della narrativa delle racailles che a tratti emergeva onestamente dal Sarkozy più bestiale e che a tratti cercavano di scatenare dal Sarkozy più istituzionale. La rivolta degli agricoltori normanni alla fine, forse ricorda di più quello che sta succedendo in Sardegna che i gilet jaunes come ti scrivevo nella mail prima. Non penso che Houellebecq abbia grandi capacità di analisi politica o sia in grado di leggere il futuro. È un attento osservatore, un provocatore francese ed un guascone italiano.

E se c’è una cosa che confiderei al mio amico Houellebecq è proprio questo e non ho problemi a scriverlo in queste righe: non mi freghi perché ti ho capito, caro Michel.

Da Mattia Lupi:

Caro Niccolò,

Sull’autobus ci si rende sempre conto di qualcosa. La tua intuizione sulla mancanza non posso che condividerla, anche se credo che Serotonina, da questo punto di vista, non sconvolga troppo le caratteristiche delle opere precedenti: molti dei suoi personaggi sono accomunati dalla ricerca di qualcosa di “elevato” che alla fine, In Presenza di Schopenhauer, appare essere sempre sfuggente o transitoria.

Hai perfettamente ragione quando dici che l’unica cosa che non manca sono i soldi. Aspetto controverso per un’opera che è stata accolta, secondo me erroneamente, come un nuovo manifesto ideato unicamente per la working class delle periferie parigine. Serotonina è un romanzo per tutti. Ed è questa la sua forza. Il protagonista Florent-Claude è un uomo che non ha particolari problemi economici e le sue ansie non scaturiscono da difficoltà di ordine “materiale”, eppure le sue preoccupazioni appaiono essere spesso “interclassiste”, come a volerci ricordare che al giorno d’oggi un agricoltore e un dirigente d’azienda potrebbero benissimo condividere le stesse inquietudini. Questo perché, nell’ottica Houellebecqiana, il grande assente nelle nostre società, atomizzate e consumistiche, non è tanto il denaro, ma più che altro uno scopo superiore: che sia l’amore, la religione o la nazione. Un’umanità autentica e semplice forse è in grado di accettare più la povertà che il vuoto. Quest’ultima, messa troppo spesso all’angolo dai meccanismi della vita moderna, scalpita per riaffermarsi ogni qualvolta si presenti l’occasione, anche a costo di mettere in discussione la libertà, concetto ambiguo che Michel sa maneggiare con astuta maestria e realismo.

Detto questo, condivido con te il giudizio sul Houellebecq analista politico. A dirti la verità, ho sempre trovato abbastanza ridicola e fuorviante la ricerca spasmodica di messaggi politici all’interno dei suoi romanzi. Ovviamente ci sono spunti molto interessanti che lui sa abilmente portare alla luce grazie al suo genio narrativo e la sua sensibilità. Alcuni passaggi sull’agricoltura, sulla socialdemocrazia e sulla burocrazia europea restano a mio avviso di un’efficacia estrema, ma non vanno eretti a monumenti principali del racconto. Personalmente preferisco soffermarmi sul Houellebecq antropologo. Per questo ti saluto con un’ultima citazione dal libro:

“Il mondo esterno era duro, spietato con i deboli, non manteneva quasi mai le promesse, e l’amore restava l’unica cosa in cui si potesse ancora, forse, avere fiducia”.

Mattia

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