Il sogno infranto della solidarietà internazionale: tra teoria del “Big Push” e la convinzione errata che “il denaro non nuoce mai”

Spingere un’auto che non si mette in moto per farla partire. E’ capitato a tutti (o quasi). Questo è il concetto metaforicamente racchiuso nella teoria macroeconomica Big Push: se l’economia di un paese non parte, bisogna “dargli una spinta”. Una spinta grande, fatta di ingenti aiuti finanziari. Trasferire risorse economiche dai Paesi sviluppati ai Paesi in via di sviluppo è stata ampiamente identificata, a partire dal secondo dopoguerra, come una politica utile per far fronte alla povertà nel mondo e colmare le abissali differenze sociali ed economiche tra le nazioni. Tuttavia, molte teorie che supportano gli aiuti all’estero (come appunto la teoria Big Push) tendono a sottovalutare l’esistenza di contesti storici e istituzionali profondamente diversi nei Paesi in via di sviluppo, ritenendo la politica degli aiuti all’estero come universalmente applicabile per facilitare l’uscita di intere nazioni dalla miseria, nella convinzione errata che i soldi non possano mai arrecare danni. Solo di recente il mondo accademico ha cominciato ad analizzare ed evidenziare come il trasferimento incondizionato di risorse economiche possa innescare meccanismi controproducenti per i governi e le popolazioni delle nazioni beneficiarie, annientando lo scopo principale (almeno quello ufficiale) degli aiuti stessi.

L’economia dello sviluppo tradizionale ha generalmente supportato gli aiuti all’estero in quanto strumento per superare il gap di risparmio tra paesi ricchi e paesi poveri, sulla base della ben consolidata nozione che maggiore risparmio porterà a maggiori investimenti, e quindi a una crescita rapida. Sempre secondo la letteratura economica dello sviluppo convenzionale, gli aiuti all’estero hanno il potenziale di liberare tutte quelle nazioni che si trovano nella cosiddetta ‘trappola di povertà’, una situazione in cui un paese non dispone di capitale al punto che è troppo povero per sostenere un processo di crescita economica. Jeffrey Sachs nel suo libro The End of Poverty (2005) prescrive trasferimenti massicci di risorse economiche come mezzi necessari per mettere in moto un processo rapido di modernizzazione nelle regioni più arretrate del mondo.

Tuttavia, la casistica contemporanea sembra suggerire tutt’altro, ovvero che gli aiuti all’estero siano per il più delle volte accompagnati da numerosi effetti collaterali. Ciò è constatabile se si guarda ai casi di Haiti e della Cambogia oppure al più vasto contesto dell’Africa sub-sahariana. Date le condizioni di vita inaccettabili delle popolazioni e le economie fortemente sottosviluppate della regione, i paesi sub-sahariani hanno ricevuto una quantità impressionante – pari a circa 1 trilione di dollari – sotto forma di aiuti finanziari da parte di Paesi occidentali. Eppure il PIL pro-capite nella regione non ha subito gli incrementi che si sarebbero aspettati da una maggiore disponibilità finanziaria Al contrario, i livelli del PIL nella regione sono addirittura diminuiti nel trentennio 1970-2000.

L’evidenza sembra suggerire che gli aiuti all’estero possano addirittura amplificare proprio i fenomeni che dovrebbero andare ad intaccare, vale a dire la povertà assoluta e la stagnazione economica. Tale correlazione, apparentemente illogica, è generata da numerosi altri fattori che tendono ad accentuarsi a seguito dell’improvviso aumento di risorse finanziarie, generando effetti negativi sull’economia del paese beneficiario. Tra questi vi è l’aumento della corruzione che deriva dalla mancanza di qualità politica e trasparenza istituzionale necessarie per la corretta gestione di grandi quantità di risorse finanziarie entranti; il presentarsi di numerose anomalie nel settore pubblico del paese beneficiario come per esempio un’espansione incontrollata dell’amministrazione resa possibile dalla disponibilità di nuovi fondi provenienti dai paesi donatori; l’aumento della disuguaglianza dal momento che nella maggior parte dei casi solo le élites finiscono per mettere le mani sui soldi degli aiuti all’estero; e il cambiamento nella direzione della responsabilità politica dal momento che i governi beneficiari sviluppano più interesse verso i loro donatori che verso la popolazione. Ma anche la creazione di ‘stati redditieri’, ovvero di paesi la cui economia è dipendente da una sostanziale rendita esterna a tal punto che mancano di un sistema di tassazione adeguato per garantire la propria autonomia; la procrastinazione dannosa di riforme urgenti dal momento che le risorse provenienti dai paesi donatori vanno a coprire temporaneamente le falle politiche ricorrenti nei paesi in via di sviluppo; e la creazione di problemi di “azzardo morale”, poiché i governi beneficiari, incoraggiati dalla maggiore disponibilità di risorse provenienti da stati donatori, sono più propensi a intraprendere azioni sconsiderate e mal pianificate o adottare politiche che in realtà potrebbero addirittura peggiorare la situazione socio-economica pre-esistente.

“Gli aiuti all’estero sono una questione complessa che va ben oltre la logica semplicistica che il denaro non nuoce mai”

Di conseguenza, più un paese è dipendente dagli aiuti economici, peggiore sembra essere la qualità della sua amministrazione. Questo aspetto è stato ben illustrata dall’economista Deborah Bräutigam nel suo articolo Aid Dependence and Governance (2001), nel quale l’autrice è riuscita a misurare empiricamente tale relazione utilizzando la scala della Guida Internazionale dei Rischi dei Paesi. Quattro anni prima della pubblicazione dei risultati della Bräutigam, anche gli economisti Philip Keefer e Stephen Knack avevano sottolineato che una crescita sostenuta e rapida dei redditi pro-capite non può realizzarsi in assenza di un governo di qualità e che tale qualità potrebbe non essere migliorata in situazioni di forte dipendenza economica.

Al di là degli effetti negativi degli aiuti esteri, resta la domanda di perché un paese prospero e sviluppato dovrebbe volontariamente donare parte della sua ricchezza a un paese povero e lontano. Ritenere gli aiuti all’estero come una politica disinteressata da parte dei paesi donatori sarebbe infatti una spiegazione troppo semplicistica. La risposta, un po’ maliziosa, ma non necessariamentelontana dalla realtà è da ricercarsi negli interessi che i paesi donatori nutrono nei confronti delle nazioni in via di sviluppo. Tali interessi spaziano dal mantenimento di una forma di dominio sulle ex-colonie, all’accrescimento dell’influenza nelle aree economicamente e militarmente strategiche del globo,o ancora precisamente per far scaturire gli effetti collaterali degli aiuti all’estero affinché le economie emergenti non diventino una minaccia per i paesi che attualmente dominano la politica e l’economia internazionale.

La storia però ci consegna anche casi in cui gli aiuti all’estero hanno funzionatocome il Piano Marshall che ci ha riguardati da vicino. Tuttavia è benericordare che anche se è vero che nel caso del Piano Marshall gli aiuti all’estero hanno effettivamente trascinato intere nazioni fuori dalla miseria in cui erano precipitate durante la Seconda Guerra Mondiale, la maggior parte delle nazioni che ne hanno beneficiato avevano già una storia politica mediamente lunga e già possedevano istituzioni che nonostante fossero state indebolite dalconflitto sono state in grado di risorgere più forti e democratiche di prima. Quindi il caso del Piano Marshall non fa altro che confermare che se i paesi beneficiari non hanno le capacità e le istituzioni necessarie per gestire gli aiuti finanziari in modo congruo, il trasferimento di grandi somme didenaro nelle loro economie rischia di scatenare molteplici effetti dannosi peri paesi stessi e le loro popolazioni.

La teoria Big Push risulta perciò quantomeno incompleta perché enfatizza esclusivamente i potenziali effetti positivi degli aiuti all’estero ignorando gli altri aspetti che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la loro reale efficacia. In assenza di istituzioni stabili ed efficienti, gli aiuti all’estero rischiano di essere asserviti agli interessi di coloro che sono nella posizione di mettere le mani su di essi. Così, un buon punto di partenza per i paesi donatori, sarebbe quello di effettuare attente valutazioni sulle condizioni politiche, economiche e sociali dei Paesi beneficiari al fine di determinare quali di essi sarebbero effettivamente in grado di farne buon uso. Inoltre, gli aiuti esteri dovrebbero essere trasferiti gradualmente, al fine di permettere il monitoraggio sull’utilizzo effettivo delle risorse trasferite e interrompere il programma per tempo se il governo ricevente mostra di non essere in grado di gestire i fondi in modo corretto. In alternativa, per evitare scambi di denaro tra governi, i paesi in via di sviluppo dovrebbero fare richiesta di aiuto direttamentealla Comunità internazionale per la realizzazione di un progetto specifico (ad esempio la costruzione di infrastrutture o la profilassi contro le epidemie) che i paesi sviluppati a loro volta decideranno se sostenere. La “spinta” prescritta dalla teoria Big Push – come nel caso di una macchina che non si mette in moto – è solo una soluzione di facciata se non si agisce sui problemi che la hanno resa necessaria.

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