L’altro mediterraneo: Nomenclatura e prospettive geopolitiche del Mar del Giappone

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La nomenclatura. Croce e delizia degli attenti al linguaggio. Appannaggio dei potenti e degli influenti, militarmente e ideologicamente. A mio figlio posso dare qualunque nome mi pare e piaccia, basta che lo accettino all’anagrafe. È quello che hanno pensato i romani, padri e dipendenti dell’anagrafe che si riferivano al mare che lambiva i loro possedimenti come Mare nostrum, il nostro (loro) mare.

Ma la storia va avanti, i soggiogati diventano soggioganti. E il Mare nostrum diventa per gli Arabi – che non lo controlleranno mai tutto, e dunque liberi di dargli un nome senza nuance possessive – il Mar bianco di mezzo che influenzerà poi la ripresa del termine, ironicamente latino, Mediterraneo, che esisteva nella teoria ma non nella pratica e che eventualmente descriverà il mare uguale ma diverso che Romani e Arabi cercavano di controllare.

E se mediterraneo prima di essere nome proprio è anche nome comune, è da aspettarsi che non ce ne sia soltanto uno. Dei tanti, il Mar di Giappone mi incuriosisce per storia e prospettive geopolitiche. Conosciuto con questo nome a causa dell’influenza giapponese nella comunità internazionale, in barba ai tentativi della Corea del Sud di chiamarlo Mare d’Oriente e pure a una florida tradizione di cartografi che si riferiva al mare in questione come Mare di Corea, il Mar di Giappone bagna le coste di Stati profondamente diversi tra loro, con obiettivi trasversalmente diversi, ma che si accomunano per l’appunto per lo stesso unico mare, il cui controllo ha definito e definirà la rilevanza regionale di questi attori.

A questo bacino, che per alcuni è quasi un lago, si affacciano chiaramente il Giappone, le Coree e la Russia della remotissima – per noi – Vladivostok. In punta di piedi (di terracotta) si affaccia la Cina, che non ci sbocca direttamente ma osserva attenta, proprio come gli Stati uniti, comodi sulle spiagge del Giappone, pronti a comprendere e poi indirizzare le mosse degli attori coinvolti.

Unico fosso a dividere l’orda mongola dalla civiltà nipponica, il Mar di Giappone ha permesso che l’impero nipponico non ne venisse condizionato – ed omologato – e soprattutto ha concesso al Giappone la possibilità di svilupparsi autonomamente, anche grazie a una dinastia imperiale che ancora resiste e si appresta a cambiare serenamente guida. Il Giappone, grazie al suo mare, si è affermato nello scacchiere internazionale ed ora forse assume nella propria regione una posizione simile a quella storicamente assunta dalla Gran Bretagna: l’isola distaccata dall’Europa che guarda e giudica i trend che si verificano nel continente con un approccio distaccato, quasi di sbieco.

Proprio il mare che li divideva poi costrinse il Giappone a capire il continente e adattarsi, dopo le missioni navali degli esploratori europei. Un capitolo di ingerenze sempre maggiori che si conclude con il Tenno no ningen sengen del 1946, la dichiarazione di natura umana dell’Imperatore Hirohito con cui il Giappone fu costretto dalla comunità internazionale a rimettersi allo stesso livello degli altri Stati.

Dunque questo mare ha una rilevanza storica di contorno. È il tesuri, il fondale di legno che fa da sfondo al teatro giapponese. Gli attori si son sempre mossi su un altro piano o su un’altra costa. Il Giappone ha la maggioranza dei suoi porti sulle coste del Pacifico, perché per comparative advantage preferisce trattare con partner senza sbocchi marittimi. La Corea del Sud ha dei porti rilevanti sul Mar di Giappone ma condivide l’impostazione strategica del Giappone di cercare partner con diverse specializzazioni. Vladivostok ha sempre avuto il compito primario di riferirsi ad altri porti russi. Tuttavia, grazie allo sviluppo della Corea del Sud e gli accordi commerciali russi, il Mar di Giappone, sempre tesuri, ha visto negli ultimi anni accrescere la propria rilevanza commerciale e strategica al punto da ingolosire anche altri attori che osservano con attenzione il dispiegarsi degli eventi.

Va comunque considerato che le azioni internazionali rilevanti tra i paesi che si affacciano su questo mare, avvengono in uno scenario diverso. Mi riferisco alla polemica tra Russia e Giappone su quelli che Tokyo definisce i suoi territori settentrionali, le isole Curili che per ora appartengono alla Russia e che il dividono il Mare di Okhotsk dall’Oceano Pacifico e per questo detengono un’importanza strategica (potenziale) notevole ma che ancora si trovano nel limbo dei negoziati internazionali. O anche nelle recentissime proteste giapponesi sul pericoloso uso del radar da parte della Corea del Sud nei confronti di aerei giapponesi, l’ingaggio del radar sul velivolo è stato effettuato mentre quest’ultimo sorvolava il Mar Cinese orientale, che divide le porzioni meridionali dei due paesi coinvolti.

Con un’operazione più comune allo scenario del Mar Cinese orientale – mare più denso di significati geopolitici e commerciali – gli Stati Uniti a inizio dicembre hanno inviato il cacciatorpediniere McCampbell a passare vicino alla base della Flotta pacifica russa nel Golfo di Pietro il Grande, che si trova nella parte occidentale del Mar di Giappone e su cui si affaccia Vladivostok, per, formalmente, contrastare le eccessive ingerenze territoriali russe e supportare i diritti degli Stati che vengono inficiati dalle azioni russe. Un’azione comune per gli Stati Uniti che spesso hanno compiuto queste azioni che definiscono “freedom of navigation operation” che si scontrano con la norma internazionalistica delle dodici miglia di acque territoriali per gli Stati costieri.

Gli Stati Uniti e i commentatori hanno definito questa azione come la continuazione delle azioni in politica estera che già effettuavano in altri scenari. Mi pare che stia venendo trascurato il fatto che, accanto a un’estensione di missioni già in corso, gli Stati Uniti vogliano estendere la propria rilevanza e influenza anche a una zona che cresce di rilevanza e che è il bacino di civiltà diverse, economie diverse e politiche estere diverse. Una notevole conclusione che qualche mese fa sarebbe sembrata impossibile, sotto la consulenza – o guida, che dir si voglia – della sicurezza nazionale a stelle e strisce di H. R. McMaster. Gli Stati Uniti di John Bolton sono invece un paese che si propone diversamente nello scenario internazionale, con maggiore interventismo e con una critica più marcata delle organizzazioni internazionali e del loro diritto. Non mi stupirebbe che Bolton abbia fissato i propri occhi su questo mare e lo stia giudicando sottovalutato e che dunque ritenga sia il caso investirci per garantirsene il controllo. E se un giorno quello non sarà più il Mar di Giappone, ma il Mar di Bolton, non sarà affatto una questione di nomenclatura.

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