Avanti senza popolo. Il sonno dei progressisti e la sinistra da conservare di Jean-Claude Michéa

“La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”. Così il filosofo Friedrich Hegel dipingeva la filosofia e la sua capacità di interpretare la realtà storica: quando un fenomeno ha compiuto il suo processo di formazione eccone un altro intravedersi subito all’orizzonte rendendo qualsiasi tentativo di comprensione del mondo futile e tardivo. 

Ultimamente la filosofia della nottola di Minerva sembra essersi parecchio impossessata di molti esponenti e commentatori della politica, i quali — tra un’offesa e l’altra su twitter — giungono spesso a riflettere su alcune questioni con preoccupante ritardo, finendo tra l’altro con l’elaborare il più delle volte teorie semplicistiche circa la natura di fenomeni complessi.

L’ultimo a fornire prova di tale tendenza è stato Luigi Marattin, Capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera ed Ex Consigliere economico di Palazzo Chigi, che in un articolo per il Foglio intitolato Ha ancora senso parlare di destra e sinistra? ha voluto riproporre una riflessione sull’attualità delle due categorie politiche, ponendo l’accento sulle principali questioni storiche che a suo avviso hanno portato al loro progressivo snaturamento. 

Tralasciando il giudizio sul singolo articolo e sull’analisi effettuata (sulla quale si può ovviamente discutere) quello che colpisce è per l’appunto il ritardo di una parte dell’attuale classe politica nel prendere coscienza di alcuni snodi fondamentali della nostra epoca, quali possono essere ad esempio la rimodulazione delle strategie politiche alla luce della globalizzazione o la comparsa/scomparsa di nuove e vecchie fratture nelle nostre società. Senza menzionare il fatto che molte delle considerazioni fatte in proposito erano state già ampiamente dibattute da studiosi e svariati intellettuali: da Luca Ricolfi col suo Sinistra e Popolo fino addirittura all’intellettuale francese Alain De Benoist, che con il libro intitolato Populismo. La fine della Destra e della Sinistra aveva già da tempo dato forma a tutta una serie di pensieri sulla trasformazione delle nostre Democrazie e sulla crisi dei partiti tradizionali. Se a macchiarsi di tale ritardo nella comprensione di un tema così dibattuto è poi un esponente politico, per sua natura procacciatore di voti, non deve di certo stupire se la punizione inflitta dall’elettorato al partito democratico alle recenti elezioni politiche possa avere avuto a che fare con il più volte menzionato divario tra élite (in ritardo) e popolo (in trasformazione).

L’aspetto più paradossale della faccenda risulta però essere più che altro la contraddizione che tali interpretazioni post-ideologiche aiutano a svelare. In particolare, quella della degenerazione del nostro capitalismo in un sistema relativistico che mira a neutralizzare i conflitti politici tradizionali e a rafforzare, invece, il monopolio del partito unico, liberista e tecnocratico: la cricca dei “compiti a casa”, del politicamente corretto e della fede cieca nel progresso. È così che il famoso partito di TINA (There is no alternative) ha contribuito inevitabilmente a generare la “reazione”: una richiesta di democrazia e sovranità espressa dal basso, contro l’idea del “pilota automatico”, che finisce per snaturare le categorie classiche perché ad essere in gioco non sono solo questa o quella scelta politica, bensì i principi stessi fondanti l’intero sistema e le sue regole. Tale “ammissione”, indirettamente servita, non può far altro che mostrare più nitidamente il tallone d’Achille dell’élite progressista ai sempre più influenti movimenti sovranisti e a quelli per la democrazia diretta, in quanto appare essere ormai chiaro ai molti che le nuove categorie proposte (Aperto/Chiuso, Europeisti/Nazionalisti) non hanno molto di più da comunicare rispetto a quelle già teorizzate se non una rinnovata volontà di relegare lo schieramento dei “cattivi” in un passato da dimenticare e nella parte sbagliata della storia. Questo perché le suddette categorie non risultano essere affatto “nuove”, tantomeno sostitutive della Destra e la Sinistra, quanto piuttosto ben note fratture sociali (cleavages) resuscitate dal risveglio “politico” delle masse. Esse rimescolano le carte durante le fasi terminali delle crisi politiche strutturali e fungono da “supplenti” delle categorie classiche, fino a quando quest’ultime non tornano a confrontarsi l’un contro l’altra su un campo di pari dignità morale. 

Dalle parti del partito democratico e della socialdemocrazia europea, chiaramente in difficoltà, suddetta parità morale ancora non esiste. Una  serie riflessione dovrebbe quindi essere aperta, secondo chi scrive, non tanto sui modi da utilizzare per catechizzare coloro attratti dalla “società chiusa”, ma su come recuperare invece la connessione con quei forgotten men troppo impegnati a lavorare per inseguire intangibili sogni cosmopoliti: quelli attratti dai Gilet Jaunes e dai fronti populisti, ormai spesso allergici a qualunque retorica democratica.

La sinistra da riscoprire — per tentare di iniziare a costruire qualcosa di alternativo sia al “blocco unico liberale” che alla destra — dovrebbe invece ripartire dalle invettive del filosofo “orwelliano” Jean Claude Michéa, quello che aveva iniziato già da tempo a tuonare contro il “tradimento” del socialismo da parte della sinistra capitalista e l’abbraccio mortale del “partito della Silicon Valley”. Come lui stesso scriveva, contro quei partiti del blocco unico:

“partiti che non hanno più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari stesse”.

La stessa sinistra che sapeva scindere il “Liberalismo teorico” da quello pratico, contestando le tendenze di quest’ultimo a generare monopoli (oggi High-tech), a mettere a repentaglio il clima, e a portare a una sempre più marcata marketizzazione della vita sociale. Niente a che vedere con quella sinistra moderna che, invece, essendo solo pro-immigrazione, “assiologicamente neutra”, sempre in movimento per destabilizzare le classi sociali più disagiate (“perché il progresso non si ferma”) e che non si cura più di creare un argine agli effetti perversi del mondo finanziario, non farà altro che accentuare le contraddizioni, portando a un definitivo “Inverno del capitalismo”.

Se da un lato resta ovviamente da chiedersi, come ha fatto recentemente l’economista Olivier Blanchard, What comes after Capitalism? Dall’altro, il futuro di una sinistra che non sia quella dell’immigrazione, della caccia alle streghe contro gli “eurofobici” e dell’insensibilità verso qualunque nostalgia per quella che era una “vita più dura ma più felice”, non potrà non fare i conti con le critiche al vetriolo di Michéa. A meno che ovviamente, “non riesca a cambiare popolo”.

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