Conservatorismo e balene. Breve storia politica giapponese del dopoguerra

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Pensando al Giappone e alla sua storia uno dei primi concetti che può venire in mente è il rispetto delle tradizioni. Non è certo un caso che la principale forza della storia politica giapponese del post-seconda guerra mondiale sia quello che gli studiosi – su tutti T. J. Pempel – chiamano creative conservatism. Secondo questa analisi, il conservatorismo del sol levante è riuscito a imporre la sua agenda e a guidare il paese in virtù dello spirito trasformatore che paradossalmente gli è necessario per fare in modo che lo status quo non venga travolto dalle onde di Hokusai delle opposizioni e degli scandali.

Dunque, conservatorismo sì, ma quasi un conservatorismo auto-riformista che ha sperimentato e sbagliato per guidare il paese. Nel 1955, la rilegittimazione del partito comunista e la riunificazione del partito socialista ha permesso l’esistenza di uno spettro politico che oserei definire europeo, per stile, in un sistema che dal dopoguerra al 1955 si era basato sul confronto nelle macerie tra le prospettive conservatrici e riformiste. Questo passaggio ha segnato l’inizio del 1955 system: con le nuove proposte estreme a sinistra, e il rifiuto del finito Taisei Yokusankai – il partito fascista giapponese della guerra – la popolazione giapponese si è spinta in massa verso il centro dello spazio politico, premiando il neonato Jiyū-Minshutō, partito liberal democratico costituito per bilanciare le nuove proposte a sinistra.

Nacque così un compromesso ideologico che ha comportato la fusione nucleare delle idee liberali e conservatrici in Giappone in un unico contenitore che ha premiato – proprio in virtù dell’abilità creativa del conservatorismo di sopravvivere di cui ho parlato prima – l’anima conservatrice del gruppo. Il compromesso del 1955 system si concluse nel 1993, quando piegato dagli scandali e dalla recessione economica, dopo che il primo ministro Kiichi Miyazawa sciolse il Parlamento, il partito liberal democratico per la prima volta dal 1955 non ottenne la maggioranza assoluta dei seggi e non fu in grado di formare un governo, compito che ricadde nelle mani del recente fuoriuscito Morihiro Hosokawa.

L’ulteriore frammentazione della cultura politica liberal-conservatrice non permise la formazione di un confronto e di competizione tra queste due anime, ormai correnti subacquee di governo, specialmente perché l’opposizione durò soltanto due anni in quanto riuscirono abilmente a riprendere la guida del paese e governare indisturbati fino al 1998 quando rinacque il Minshutō, partito democratico giapponese che curiosamente condivide il nome con uno dei partiti che unendosi diedero vita al partito liberal democratico nel 1955. Sebbene il partito nasca con una chiara pars destruens del voler distruggere lo status quo del partito liberal democratico, la pars contruens mi sembra particolarmente instabile. In un paese in cui l’invecchiamento della popolazione è uno dei problemi fondamentali della politica, pensare di proporre una piattaforma senza ambire al supporto della popolazione anziana, generalmente conservatrice, è più che un rischio.

Dunque, si innesca un meccanismo perverso di volontà di distruzione dello status quo che va imboccato a una società conservatrice. È questo il motivo che spiega principalmente perché il partito democratico sia durato solo per tre anni al governo – dal 2009 al 2012 – nonostante le buone idee e la proposta politica individualista e liberale. La maggioranza parlamentare, sebbene relativamente solida, non era rappresentativa della popolazione che formava quelli che adesso in Italia va di moda chiamare “comitati civici” che tramite la loro nuova socializzazione politica hanno mangiato seggi al partito democratico e permesso al partito liberal democratico di Shinzo Abe di tornare alla guida del paese.

Il 2009 che sembrava dunque la possibilità per il Giappone di ricongiungersi alle esperienze politiche occidentali di alternanza – e di confronto tra liberismo e conservatorismo – si è schiantato sul muro di una società sempre uguale a sé stessa. Questo ha portato a un ulteriore cambiamento: il partito democratico ha dovuto riadattare la propria proposta, che avevo definito pars destruens, fino a definirsi conservatore, per andare incontro alle necessità e al discorso politico che gran parte della popolazione desidera.

Alla fine, non è tanto un problema di mancanza di alternanza o di impossibilità di competizione tra liberali e conservatori. Ma, se di problema si tratta, occorre andare alla radice e interrogarsi su come agire – ripeto, qualora sia un problema – sulle ragioni che rendano questa società così anziana e in corso di invecchiamento. Scarsa fecondità, lunghe prospettive di vita, immigrazione quasi non presente. E come il governo liberal democratico si impegna distrattamente a curare questo problema – che nel presente per loro è un asset di garanzia politica, ma che nel futuro sarà un problema abnorme per la società giapponese – e nel frattempo strizza l’occhio al mondo conservatore. 

E in modo molto poco liberale, finanzia da tempo immemore il settore della caccia alla balena. Il settore è improduttivo e inoltre il consumo di carne e olio di balena è minuto e per giunta in declino, ma caro alle tradizioni del segmento conservatore del sol levante. Il partito che si definisce liberal democratico – ma che liberale non è – tiene in vita questo carrozzone, in piena mancanza di rispetto dei vincoli firmati volontariamente in seno all’International Whaling Commission, millantando una pesca di massa volta ad un uso sostenibile, che sostenibile non pare né dal punto di vista economico che da quello ambientale.

Mentre va in scena la più classica delle tragedy of the commons, il partito liberale di nome ma non di fatto, interviene dunque per peggiorare la situazione. Non è forse un caso se Herman Melville nelle pagine di Moby Dick a volte si riferiva al capodoglio come Leviatano. Mi auspico che le fiocine vengano rimesse in barca e che lo Stato balena si faccia da parte e lasci le balene – quelle vere e veramente a rischio – sguazzare lontano da questo interventismo e far morire con dignità un settore alle corde, Schumpeter insegna. E che invece possa lo Stato – metaforicamente balena, purtroppo – trovare delle soluzioni concrete a quello che da problema ideologico diventerà presto problema di giustizia intergenerazionale.

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