Il conservatorismo non si salverà: gli manca una “causa morale”. Risposta a David Brooks e ai fronti conservatori

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David Brooks, opinion columnist per il New York Times, ha scritto un articolo sul futuro del conservatorismo. L’articolo è stato inoltre ripreso e tradotto da Giulio Meotti per Il Foglio Internazionale del 10 dicembre. Il ragionamento di Brooks parte da un aneddoto raccontato in un recente essay di Anne Applebaum per The Atlantic. Applebaum racconta della festa del capodanno 1999 organizzata nella sua casa in Polonia. La maggior parte degli invitati era composta da conservatori, dice.

Cosa accomunava questi invitati? O meglio cosa significava essere conservatori nel 1999? Certamente l’essere anti-comunisti, dice Applebaum. Magari credere al mercato e apprezzare la NATO, aggiunge. Gioire dell’eredità culturale di Thatcher e Reagan e sorprendersi delle nuove unità conservatrici guidate da Chirac e Berlusconi, penso io. Con la convinzione che al progresso poi ci si penserà e che le istituzioni siano fatte per restare.

Allo stesso modo non penso che la definizione di conservatore nel 1999 sia importante adesso. La questione è più logica che semantica. Applebaum racconta che ora gran parte di questi invitati manco li saluterebbe, e anzi li guarderebbe con sgarbo. Niente di personale, però. È solo che tutto ciò che li univa adesso manca. L’unità del conservatorismo non esiste, e molti di questi invitati han smesso di bere in pubblico lo champagne e alle feste si fanno fotografare mentre bevono birra e le bottiglie in fresco le tengono a casa. Questi ex conservatori ora flirtano brilli e viscidi col populismo e col nazionalismo. Brindano con gli autoritarismi. A volte, ubriachi lanciano i bicchieri e tornano a casa mogi.

Difficile a credersi che i baronetti e gli hooligan fossero amici. Eppure tifavano la stessa squadra. Anzi no: era l’avversario ad essere lo stesso. Essere conservatori fino ai giorni del Millennium bug significava gioire per aver appena sconfitto la tirannia comunista, e aver dunque soddisfatto una causa morale che li univa. E prima ancora c’era anche uno scarto di rappresentanza. Erano i docenti di (centro)sinistra a fare lezione nelle università, ricorda Brooks; l’egemonia culturale, avrebbe ricordato Gramsci. E quindi i conservatori erano espressione e attiravano menti fuori da questo contesto culturale egemone, degli outsiders.

Fino a Thatcher e Reagan per l’appunto. Con loro i conservatori ribaltano la massa canettiana e prendono il controllo della cultura politica fornendo nuove offerte culturali ai problemi di quei tempi. Su tutte la meritocrazia. Se non fosse che l’intersezione tra la retta di questa nuova offerta aggregata e della domanda sarebbe durata solo pochi anni ancora. E quindi lunghe discussioni su come tracciare la nuova offerta o causa morale che dir si voglia. Tra chi suggeriva il conservatorismo globale e chi quello solo europeo, c’era chi si auspicava che l’offerta fosse l’assenza stessa di una causa morale. Troppe discussioni e poca chiarezza mentre le prime istituzioni iniziavano a crollare e le bottiglie a sgasarsi.

I conservatori non han colto, analizza Brooks, che l’ideale meritocratico avrebbe inevitabilmente lasciato insoddisfatti tanti conservatori, che a causa delle risorse finite – come ironicamente è tipico delle economie chiuse – non avrebbero potuto tutti raggiungere il posto che gli è stato promesso e che son sicuri di meritarsi. Posso essere d’accordo.

Suggerisce poi una soluzione che voglio contestare. Brooks si augura che il conservatorismo ritrovi una causa morale abbastanza densa da poter sconfiggere le derive sovraniste. Tuttavia Brooks non considera un elemento fondamentale. Il racconto di Applebaum è un aneddoto, non è un saggio politologico. Tra gli invitati, anche tra quelli che sarebbero rimasti moderati, sono piuttosto sicuro che non ci fossero solo conservatori, bensì anche liberali. In Why I Am Not a Conservative contenuto in The Constitution of Liberty, Hayek scriveva che fosse opportuno ordinare liberali, conservatori e socialisti in un triangolo in cui ogni gruppo ne occupasse un angolo. Il fatto che conservatori e liberali fossero concordi – con soluzioni diverse – nell’avversare il socialismo (regresso contro progresso), non significa che tutti coloro i quali si opponessero al socialismo fossero conservatori, e che dunque tutti gli invitati a quel capodanno lo fossero.

Proprio dalle pagine appena citate emerge un quadro particolarmente chiaro. Hayek scrive che i conservatori mancano di quei principi morali di tolleranza che permetterebbero di dialogare con un’altra forza politica con valori diversi per creare un ordine politico in cui entrambe le forze possano portare avanti le proprie cause morali. Ma mentre per i liberali, la causa morale che li ha portati ad avversare il socialismo è stata la volontà di progredire con idee (specialmente economiche) diverse, per i conservatori, la debolezza di comprensione delle forze economiche – dice Hayek – e quindi i ripetuti occhiolini alle collettivizzazioni e al nationalistic bias ha comportato – e comporta – che rifarsi solo al passato non sia una causa morale abbastanza forte da poter resistere in assenza di nemici. E dunque, la speranza di Brooks di trovare una nuova causa morale sarebbe un disastro perché non solo i conservatori potrebbero trovare la loro raison d’être solo contro un nuovo nemico innovatore, esacerbando il dialogo politico, ma anche perché come scrive Hayek, il conservatorismo, volendo essere equidistante dagli estremi, modifica la propria posizione ogni volta che emerge un nuovo movimento estremista. Questo atteggiamento passivo-aggressivo non può essere la risposta ai problemi della modernità e soprattutto non è adatto a risolvere i problemi di estremismo.

E anzi spiega ciò che Brooks e Applebaum mi pare non abbiano capito. Quelli che non vengono più salutati, non sono necessariamente diventati nazionalisti o socialisti. Sono dei conservatori che come la corrente si son lasciati trasportare dall’estremo che si allontanava sempre più. E se come viene detto sottovoce, il populismo non fosse altro che una strategia comunicativa, vuoi vedere che alcuni populisti non siano altro che dei conservatori con cui abbiamo passato quel capodanno del 1999?

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