Dal borghese all’uomo-massa: Elémir Zolla e gli squilibri della modernità

“La civiltà moderna è come quell’antico tiranno che faceva recidere il pollice ai prigionieri per garantirseli inetti a scagliare una lancia, ma capaci di remare, seppure con scarso piglio.”

(E. Zolla)

Esordire con una parola tanto profonda quanto oramai logora significa voler avvisare il lettore stressato dal trambusto quotidiano che il testo a seguire non propone ricette preconfezionate volte a risolvere il grattacapo giornalistico di turno, ma mira invece ad alimentare ulteriori dubbi circa la natura stessa del trambusto. Cosa c’è infatti di più scomposto e ambiguo della parola “modernità”?

Non a caso, tentativi più o meno efficaci di analisi del suo significato non sono mai mancati né all’interno del dibattito filosofico e sociologico, né tantomeno in quella famosa letteratura europea da fin de siècle: dallo spleen malinconico e decadente à la Baudelaire, passando per i tempi difficili dell’industrialismo tanto cari alla narrativa Dickensiana, fino ad arrivare alle taglienti critiche sulle promesse mancate dell’Illuminismo dei francofortesi Horkeheimer e Adorno, un prezioso quanto eterogeneo manipolo di intellettuali non ha potuto fare a meno di denunciare gli squilibri, le derive, e il crescente male di vivere insito nelle logiche di un mondo moderno ormai quasi involontariamente anómico e totalitario. 

Esponente alquanto problematico di questa cerchia di critici, forse non proprio di primissimo piano per quell’intellighenzia progressista e conformista che andava affermandosi impetuosamente negli anni ’60, fu sicuramente Elémir Zolla (1926-2002). Scrittore pungente, storico delle religioni e fine conoscitore di dottrine esoteriche, Zolla dimostrò infatti in svariate occasioni una limpida estraneità alla suddetta cultura mainstream, la quale, adottando tattiche oplitiche volte a respingere qualsiasi revisione culturale del marxismo, non poteva di certo essere degna di ospitare una mente libera e abituata a scavare in profondità le contraddizioni dell’uomo come era la sua. 

Nella raccolta di saggi pubblicata postuma da Marsilio e intitolata Il Serpente di Bronzo. Scritti antesignani di critica sociale, vengono affrontate molte di queste contraddizioni attraverso un riesame critico della transizione antropologica dal tradizionale tipo borghese al moderno “uomo-massa”, come a voler chiudere, prendendo in prestito le intuizioni del filosofo spagnolo Ortega y Gasset, il cerchio dell’emancipazione egualitaria e nichilistica inaugurata dal nuovo mondo industriale e liberale del secolo XIX. 

Prendendo la forme di una vera e propria requisitoria contro tutte le derive materiali e spirituali dell’uomo “moderno”, l’analisi di Zolla sembra diagnosticare esattamente proprio quelle complicazioni tipiche della patologia tardo borghese: crisi dell’autorità, eclissi dell’intellettuale, impoverimento culturale, consumismo, puerilismo, dominio dei mezzi di comunicazione di massa; insomma tutte quelle Ombre del Domani che lo storico olandese Huizinga avrebbe forse racchiuso nel più ampio e problematico concetto di “crisi della civiltà”. 

Attraverso l’utilizzo di riferimenti biblici e letterari — spesso resi enigmatici da un certo grado di ermetismo intellettuale — Zolla cerca di vestire i panni di un profeta di sventure che però allo stesso tempo funge anche da guardiano per quell’umanità custode della tradizione, semplice ma “elevata”, ormai relegata agli ultimi posti nel teatro dell’agire moderno. Sono, non a caso, le trasformazioni e i comportamenti di chi siede in prima fila l’oggetto principale dell’analisi: l’uomo-massa non curante di se stesso e delle inquietudini di chi fatica a convertirsi ai nuovi dogmi del progresso. Quello che si è “convertito in mera efficienza”, che ha “imparato a schivare i pericoli del sentimento” e che affidandosi a “potenze oggettive che lo controllano” si è tolto “il peso della decisione e della scelta”. Le conseguenze di questa “spersonalizzazione” appaiono all’autore inequivocabili e vanno a mutare l’intero agire e sentire umano: dalla spasmodica ricerca di valori positivi avvolti da un falso ottimismo, passando per lo smarrimento dinanzi all’enorme ammontare di informazioni, fino alla crisi dell’expertise messa in luce dal tramonto degli intellettuali e la crescente burocratizzazione della società. Come lui stesso sottolinea infatti:

“La spersonalizzazione è il riflesso individuale della civiltà di massa; ed è su una spersonalizzazione del pubblico che fa assegnamento l’industria culturale. Una società competitiva in modo ferreo produce un’ansia invincibile, la lotta per l’esistenza suscita per un verso un bisogno di garanzie contro il rischio, e per l’altro un desiderio di conformità sociale, si reagisce all’ansia dandosi per morti, come l’opossum braccato, diventando mera efficienza meccanica e totale adattamento ai gusti imposti dall’industria culturale. Questa pietrificazione dettata dall’ansia mette in circolo assieme alla schizofrenia da specializzazione, una psicosi generale scambiata per piena salute.”

Psicosi collettiva che viene passata ai raggi X fino al punto di svelare le contraddizioni delle nuove relazioni umane e i cortocircuiti della civiltà della tecnica, seppur libera ed emancipata. Così, mentre da un lato vengono sottolineati gli avanzamenti (apparenti) del progresso, dall’altro viene puntato il dito contro gli squilibri che tali salti materiali e morali inevitabilmente comportano. In particolare, vengono passati in rassegna argomenti che sono, non a caso, principali temi di dibattito anche nelle odierne democrazie:  dal “fiorire di scienze occulte d’ogni sorta, mezze scienze e ciarlatanerie” fino alla disamina sul conflitto tra competenti e cialtroni, buonisti e selvaggi, fake news e verità. A tal proposito, Zolla tenta di trovare un filo conduttore che tenga assieme tutte queste contrapposizioni, perché come lui stesso afferma:

“Non è già tanto l’esistenza di tali fenomeni a provocare il raccapriccio, poiché l’analfabeta, il selvaggio nel seno della società civile, è sempre esistito, quanto il fatto che costoro non sono oggetto ormai di nessuna censura, di nessuna ripugnanza, che non hanno bisogno di vergognarsi o di giustificarsi.”

e ancora, a proposito del contrasto tra buonisti e i politicamente scorretti: 

“La villania universale, è insopportabile, oggi. Ma giacché è così, anche la bontà dev’essere falsa. L’una non dipende dall’altra come i due piatti d’una bilancia, di cui l’uno scende quando l’altro sale, ma piuttosto come due parti d’un corpo che sono insieme malate e sane. Nulla dunque è più sbagliato che immaginare, come accade in generale, che il prevalere dei sentimenti cattivi sia causato dalla mancanza dei buoni, al contrario, il male cresce evidentemente col crescere di una falsa bontà.”

La vera specializzazione per lui sembra essere invece “la formazione della personalità”, aspetto totalmente scollegato dall’odierno tipo di educazione che ha lentamente perso l’ausilio del potere benefico delle gerarchie e della disuguaglianza. È “sciocco chi crede di possederla [la personalità] per natura e si trastulla o compiace della vacua genialità, e troppo buon uomo, troppo semplice chi crede di essersene fatta una perché si è attaccato con tenacia ad un pezzetto materiale del mondo e della vita.”

A questo punto ci si potrebbe chiedere che fare allora? Come si fa a correggere queste derive e riuscire così portare l’uomo di nuovo sul sentiero di una civiltà meno intossicata, più autentica e umana? Il ritorno al passato in questo caso prende toni da Resurrezione mancata, potere che come ben sappiamo appartiene più a Dio che agli uomini. Infatti per Zolla “sognare una restaurazione significa entrare nel gioco del fascismo, illudersi che con la volontà si giunga a capovolgere la massa in una comunità, l’egoismo individualistico in eroismo, la monotonia del tempo diviso in lavoro, e divertimento in perpetua celebrazione.” Cosa che Zolla è ben conscio di non poter chiedere a società umane sempre più innamorate di ciò che le attanaglia. D’altronde come attenuare l'”esaltazione per la vita” e il crescente narcisismo? In fin dei conti le grandi trasformazioni umane non sono mai avvenute attraverso improvvisi smottamenti. 

Per questo motivo la sua penna tende nel finale a trasformarsi, per dirla con Dante, in una “nave senza nocchiere” che, con moderata rassegnazione, prende il largo nel mare di un pessimismo infausto ma consapevole:

“L’umanità ha convertito ogni pietra in pegno della sua intelligenza, il mondo è colmo alla saturazione. Ogni parola è presa in prestito, l’eredità è stata consumata, il mondo è usurato dalla banalità. Perciò avanziamo in terra vergine, tremando”.

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