La Lezione postuma di Sándor Márai sulla Storia, il Popolo e la Nazione

“Raramente l’uomo contemporaneo si fa cogliere preparato dal momento storico: il più delle volte scopriamo che nel mondo qualcosa è irrimediabilmente giunto alla sua fine mentre siamo in pigiama o ci stiamo facendo la barba”

Così lo scrittore ungherese Sándor Márai preparava i lettori ad affrontare il viaggio all’interno delle sue “confessioni” sull’Ungheria e l’Europa durante gli anni dell’Anschluss nelle prime pagine di Volevo Tacere, uno scritto ritenuto disperso e ritrovato solo nel 2013 (edito in Italia da Adelphi). 

Rileggere oggi le vicissitudini umane e intellettuali dello scrittore che di lì a poco sarebbe diventato apolide a causa del secondo conflitto mondiale prima e del bolscevismo poi, significa non solo ripercorrere la storia di quella troppo poco conosciuta “altra metà dell’Europa” durante gli anni ’30, ma anche ripensare l’intero sviluppo del moderno agglomerato europeo utilizzando interpretazioni e concetti forse tenuti troppo a lungo nei cassetti e negli archivi. La spesso cupa e tagliente testimonianza dell’autore de Le Braci ci invita a riflettere sul ruolo che identità e legame nazionale giocano nella storia dei popoli: un binomio che il dibattito contemporaneo sulla sovranità ha in qualche modo riportato alla luce, facendoci interrogare nuovamente sulla natura e la consistenza di concetti probabilmente ridimensionati dall’era globale e tecnologica, ma forse mai del tutto superati, specialmente nelle “riserve profonde e vive delle società”. 

“L’uomo comprende il suo destino non solo con la testa, ma anche con le viscere”

e infatti sono esattamente queste viscere ad esser analizzate con precisione chirurgica, estratte con garbo dal corpo moribondo di un’Ungheria che si accingeva ad abbracciare più o meno consapevolmente la Weltanschauung nazionalsocialista. Con dolce e a tratti rassegnata pacatezza di una élite borghese al tramonto, egli si interroga sulla legittimità del provare ancora un sentimento nazionale autentico, non corrotto da interessi e sciovinismi artificiosi, ma derivante da una riflessione umana e di giustizia storica. Una “bella ossessione”, forse, “nell’era dell’energia atomica, della radio, dell’aeroplano”, e anche al tempo di Internet e dei Social media potremmo aggiungere noi. Eppure, attraverso un’analisi quasi antropologica della società ungherese, l’accettazione dolorosa dei limiti del proprio paese e un sofferto riconoscimento delle contingenze storiche, Márai arriva a credere tanto filosoficamente quanto pragmaticamente nella legittimità delle identità nazionali, perfino “nell’era delle grandi unità” e delle “grandi tragedie umane”.

La visione nostalgica della patria e di una città natale vista come “isola di pace” nell’oceano delle nuove ideologie disumane, risulta inoltre maturare lentamente all’interno del più ampio processo di crisi di quella borghesia liberale, parimenti avversata sia dal revisionismo nazista che dal bolscevismo. Le macerie materiali e spirituali del progressismo internazionalista fondendosi col “patriottismo travisato” e il “nazionalismo d’accatto” delle nuove dottrine politiche, finiscono per intorbidare quel che resta dell’età d’oro del liberalismo europeo e inibire qualsiasi forma di civiltà o di sentimento autentico.

È in questo “movimento tellurico della storia” che egli riconosce con occhio scientifico anche i cambiamenti culturali in atto e l’emergere, a braccetto con la marea anti-borghese, di quel “risentimento universale contro la qualità, la vendetta dell’uomo comune afflitto dai complessi di inferiorità”. Infatti, secondo Márai:

“Chi aveva sofferto, nell’ambito della competizione sociale, economia e intellettuale, perché si era visto superato o per il semplice eccellere di persone di prim’ordine, ora sentiva che era giunto il momento in cui, con l’ausilio della violenza e di una falsa propaganda, avrebbe potuto rivalersi dei torti subiti, presunti o reali, di ogni volta che era stato messo da parte e non era riuscito a emergere come avrebbe voluto.”

Così, accingendosi a descrivere il “diritto al risarcimento e al successo” che andava diffondendosi a macchia d’olio nelle masse irrequiete e spaesate agli albori della guerra, Márai riporta alla luce le trasformazioni più profonde delle relazioni sociali e politiche che rimodulano le credenze e lo spirito, rimpiangendo allo stesso tempo quel Mondo di Ieri puro e disinteressato decantato dallo scrittore austriaco Stefan Zweig. Il crollo della fiducia nei confronti dell’ élite borghese e nell’expertise di chi aveva direttamente o indirettamente mosso i fili della storia durante l’inabissarsi della nazione, porta l’autore a comprendere la contraddizione insita nelle nuove offerte politiche:

“I movimenti si spingeranno così a destra da finire nell’estrema sinistra, promettendo sviluppo sociale e protezione dei lavoratori a fronte delle storture del sistema capitalistico”

Così, sottolineando l’improvvisa impossibilità di utilizzare vecchie ricette, la testimonianza del romanziere ci invita a rileggere perfino l’attuale crisi della socialdemocrazia europea e i tentativi di rivalsa “populista” che velocemente alterano gli schemi interpretativi precedenti. Per Márai capire questo passaggio significa “evitare che le nobili rimostranze di una nazione addolorata finiscano per mescolarsi allo sciovinismo patriottardo e fanfarone di coloro che mirano a trarre solo profitto economico dal revisionismo”.

Riflettendo poi sulla realizzazione di una vera patria sovranazionale che stemperi le passioni nazionalistiche maligne, egli arriva anche a presagire un prototipo dell’odierna unione monetaria, affermando che “se un giorno in Europa occidentale si avrà un’unione doganale fra territori più vasti, fra paesi diversi, addirittura  una moneta comune, già questo basterà a far sì che col tempo i confini nazionali diventino puramente virtuali.” Desiderio che però lui stesso vede tristemente naufragare nel riesame storico della vita dei popoli condotto con lucido realismo, in particolare nel ricordare che “anche la Monarchia austro-ungarica era una bella trovata, eppure un giorno è scoppiata”. Così facendo, la sua utopia storica torna a colorarsi di tinte reali,  stemperata dalla crudeltà di un “mondo materia infiammabile che non è possibile rinchiudere nelle casseforti ignifughe di progetti e accordi”.

L’ orizzonte sembra essere così anche una rievocazione della lotta tra i “fattori universali”, che lentamente spariscono all’interno delle dinamiche post-moderne, e un individualismo etico, che invece matura come aspetto sostanziale e procedurale dell’agire democratico contemporaneo. La riproposizione di un sogno cosmopolita e di un potere sovranazionale – che non risultano essere sottoposti a critiche di inconsistenza concettuale – finisce così per riesumare inevitabilmente anche l’idea di popolo e nazione. Senza colpa e pretese autoritarie. La lezione postuma di Márai. 

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