Sfida all’Occidente: la Romania vista da Titu Maiorescu, Nichifor Crainic e Nae Ionescu. Gli intellettuali romeni controcorrente a partire dall’800

Il popolo romeno si è trovato sempre costretto a combattere per assicurare la conservazione della propria identità, minacciata dalle spinte culturali provenienti sia dall’Occidente che dall’Oriente. La cultura occidentale liberale però riuscì nell’800 a vincere questa resistenza, conquistando sia i politici che gli intellettuali romeni che iniziarono ad imitarne il modello; di conseguenza anche la popolazione borghese romena cominciò ad adottarne usi e costumi. Nel corso dell’Ottocento perfino le città romene cambiarono volto, ispirandosi agli esempi architettonici delle grandi città occidentali: Parigi divenne il loro modello di riferimento.

Ma già a partire dalla fine di quel secolo alcuni intellettuali posero l’attenzione sul fatto che tutto ciò fosse sbagliato per la Romania e che sarebbe stato meglio per il paese avere un modello proprio, distaccandosi da ideali che non gli appartenevano.

Il punto di riferimento di questa corrente fu il filosofo e critico letterario Titu Maiorescu (1840 -1917) figura dominante della società Juminea (Gioventù). Questa organizzazione di intellettuali ebbe un grande seguito, insieme ad altre correnti che condivisero le loro idee, come il movimento Sӑmӑnӑtorul, il cui principale esponente fu Nicolae Iorga (1871-1940). Vi erano anche altre figure d’eccellenza, come Petre Carp (1837-1919) e il poeta romantico Mihai Eminescu, ma fu Maiorescu ad articolare meglio la loro critica sulla rotta che aveva preso la Romania moderna. Egli sosteneva l’esistenza di un’incongruenza lampante tra le istituzioni e la struttura sociale del suo paese. Per lui la Romania era composta da due classi: i proprietari terrieri e i contadini, negando così l’esistenza della classe media. Egli metteva anche in evidenza che le forme politiche e culturali occidentali erano state importate e sovrapposte alle consuetudini e alla spiritualità della grande massa della popolazione. Queste osservazioni vennero riassunte nel motto formӑ fӑrӑ fond ossia “forma senza sostanza”. Questo nuovo sistema imitato dall’Occidente non poteva adattarsi alle condizioni sociali prevalenti nella sua patria, ma solo negli stati occidentali, ossia dove si svolsero quei profondi cambiamenti che avevano portato la borghesia al potere.

Il dibattito nazionale sull’identità romena e su quale dovesse essere il suo percorso di sviluppo continuò anche tra le due guerre. Gli esponenti più in vista della corrente tradizionalista, contrapposta a quella europeista, furono Nichifor Crainic (1889-1972) e Nae Ionescu (1888-1940) che adottarono posizioni eterogenee riguardo alle alternative al modello occidentale proposte. Questa reazione però non si basò semplicemente sul recupero delle tradizioni del paese, ma anche sulla convinzione della sterilità del sistema proposto dall’Occidente e sul fatto che esso avesse raggiunto il suo stadio finale. Alcuni di questi intellettuali si ricollegavano infatti al filosofo, storico e scrittore tedesco Oswald Spengler (1880-1936) nel definire l’Occidente come una civiltà ormai al tramonto.

Tra le correnti tradizionaliste del periodo tra le due guerre quella che ebbe maggiore influenza tra gli intellettuali fu quella legata alla rivista Gândirea. Il teologo Nichifor Crainic (1889-1972) fu il rappresentante di una delle principali correnti di questo circolo: per lui la storia consisteva in un processo naturale che non portava alla costituzione di comunità con caratteristiche uguali. La democrazia quindi, nata nell’ambito della cultura razionalista e individualista occidentale, era considerata dal teologo inadatta alla realtà romena, mettendo in discussione il fatto che essa potesse essere un sistema universale adattabile in tutti i paesi. Crainic non si appellava semplicemente alla tradizione contadina come elemento fondante dell’identità nazionale romena, ma anche alla tradizione ortodossa.

Nae Ionescu fu probabilmente il principale e più influente intellettuale tradizionalista e anti-occidentale tra le due guerre in Romania. Le sue idee si basavano sull’esaltazione del mondo contadino, sull’anti-razionalismo e sull’anti-modernismo. L’Occidente e l’ebraismo in particolare erano da lui visti come fattori di corruzione. Egli era certo che l’Europa fosse giunta alla fine di un’epoca: convinto dell’autenticità della cultura romena, era sicuro che il suo paese fosse decaduto in seguito alla penetrazione della cultura occidentale. Quest’ultima infatti era basata sul modello delle città, costituendo l’antitesi al modello orientale incentrato sul mondo delle campagne. Questi ideali lo portarono, in qualità di filosofo e professore universitario, ad attrarre molti giovani studenti promettenti e desiderosi di cambiare la situazione del proprio paese. Ionescu ebbe infatti uno straordinario seguito nella giovane generazione di intellettuali che sbocciarono verso la fine degli anni venti, tra i quali Mircea Eliade (1907-1986) e Emil Cioran (1911-1995), che era solita riunirsi in un circolo chiamato Criterion. Seguendo le lezioni del loro maestro molti di loro erano già maturi e pronti con le loro idee a dichiarare una vera e propria “Sfida all’Occidente”, trovando ascolto e sfogo in movimenti di estrema destra come la Guardia di Ferro, una delle correnti più complesse dell’Europa orientale, per non dire dell’intera Europa, sviluppatasi tra le due guerre.

Dopo un primo tentativo fallito di instaurare un sistema liberal-democratico, la Romania degli anni Trenta passò dalla dittatura del re Carol all’esperimento Nazional-Legionario; seguì poi dopo la guerra un lunghissimo e tragico periodo comunista terminato nel sangue, con la fucilazione di Ceausescu e sua moglie, eseguita dopo un processo frettoloso, sommario ed illegale. Moltissimi esponenti della vecchia classe dirigente rimasero al loro posto, facendo pagare le responsabilità del passato ad un solo uomo. Tale situazione, infatti, potrebbe aiutare a capire alcuni dei motivi del lento sviluppo della successiva democratizzazione del Paese.

Nel 2007 la Romania entra a far parte dell’UE, abbracciando apparentemente in modo definitivo il sistema occidentale e terminando così un percorso tortuoso e difficile. Ora il futuro di questo paese sembra essere legato a doppio filo a quello dell’Europa e dei suoi alleati, ma forse in parte anche a quello dei fondi strutturali provenienti da Bruxelles.  

L’innegabile attuale frattura interna all’Unione Europea difficilmente può essere analizzata trascurando le peculiarità storiche di ogni nazione partecipante a questo vasto progetto ancora in fase di realizzazione. Le richieste e la necessità di risposta degli stati membri diventano sempre più urgenti, mentre cominciano a palesarsi i limiti e le contraddizioni di quella che sulla carta appare essere ancora un’utopia. Nonostante i formidabili passi avanti compiuti, i motivi di attrito e le disfunzionalità politiche ed economiche non sembrano dissolversi così velocemente. Analizzare le visioni degli intellettuali citati in precedenza può aiutarci a capire l’identità, le aspettative, le richieste del popolo romeno e a comprendere più in generale le potenziali divisioni presenti in Europa. 

“Tutto ciò che possiamo sperare per la decadenza dell’Europa occidentale è che duri a lungo”

così ebbe a dire Cioran in una sua intervista radiofonica del 1985. Non possiamo quindi non affermare, a cominciare da quelle lontane terre romene, che qualcuno abbia provato ad avvertirci dei limiti del sistema e del fatto che non sarebbe stato facile applicarlo ovunque.

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