La fine dell’Austria-Ungheria e la crisi dell’UE: Leggere Joseph Roth a Bruxelles 

Cosa hanno in comune la Finis Austriae, ossia il periodo che vede la dissoluzione di quell’Impero Austro-Ungarico (1867-1918) deliziosamente e lucidamente raccontato dallo scrittore di origini ebraiche Joseph Roth, con l’odierna crisi dell’Unione Europea? “Niente” apparentemente. “Tutto”, direbbe beffardo il Saladino delle Crociate di Ridley Scott. Se da un lato, infatti, appare logicamente impensabile azzardare paragoni tra due epoche con contesti storici radicalmente differenti, dall’altro, alcune assonanze potrebbero gettare preoccupanti ombre sul destino politico dell’odierno agglomerato europeo.

“Gli uomini non sanno stare soli. Si uniscono in assurdi aggruppamenti. E soli non sanno stare neanche i villaggi. Nascono così entità assurde”.

Così scriveva lo scrittore austriaco nelle prime pagine del suo romanzo “La Cripta dei Cappuccini”, luogo di sepoltura dei sovrani asburgici a Vienna e simbolo della fine dell’impero. Se l’Unione Europea sia o meno un’entità assurda destinata a sgretolarsi sarà la storia a deciderlo, qui noi possiamo limitarci a ricordare alcune incredibili similitudini tra questi due periodi, accomunati in primis da un’inarrestabile narrativa sulla “decadenza”. Ma andiamo con ordine.

L’Austria-Ungheria, anche detta duplice monarchia, fu un impero multietnico dell’Europa centrale nato nel 1867 e conclusosi con la Grande Guerra. Per tutta la sua durata, seppe coniugare gli interessi di molti popoli, spesso in contrasto tra loro: dagli Ungheresi, agli Italiani, ai Cechi, Bosniaci e Sloveni, tutti erano legati allo stesso regno. Tuttavia, l’unione di questi popoli non avvenne per volontà popolare, ma attraverso l’Ausgleich, “il compromesso” tra la monarchia asburgica e i nobili ungheresi, cioè fondamentalmente attraverso uno stratagemma politico delle élite del tempo. Ciò che teneva uniti popoli così diversi era il mito dell’Imperatore, simbolo di stabilità, pace e prosperità: egli garantiva altresì l’autonomia dei parlamenti nazionali, un’area di libero scambio, una moneta e un esercito comune. Tuttavia, in quanto fondata su un accordo tra le due nazionalità dominanti, l’unione veniva spesso percepita come un inganno economico-politico a scapito delle altre etnie facenti parte la monarchia. Come ha scritto lo storico Steven Baller in un famoso articolo pubblicato per la rivista Transit, l’odierna UE potrebbe usare l’eredità dell’esperienza asburgica per imparare alcune lezioni fondamentali. Perché se da un lato questa struttura rese possibile l’esistenza di “identità ibride” e creò uno spazio “in cui i limiti degli stati nazionali potevano essere superati”, dall’altro, il risveglio di sentimenti nazionalistici potrebbe alimentare di nuovo l’idea di strutture sovranazionali come “prison of the peoples” rappresentando un ostacolo a una opportuna indipendenza nazionale e all’auto-determinazione.

“L’anima dell’Austria non è il centro, ma la periferia”.

Scriveva un Roth conscio del fatto che il centro stava generando pericolosi risentimenti nelle periferie nell’Impero. “Gli uomini della frontiera lo sentivano arrivare [il tramonto] prima degli altri, perché abituati a vedere giornalmente gli indizi del disastro”. Come a ricordarci che il cleavage centro-periferia teorizzato da Lipset e Rokkan non è solo una moda della recente letteratura politologica che ha tentato, forse non invano, di spiegare parte del sostegno ai partiti anti-establishment (Brexit, Trump, etc). Anche all’epoca dei fatti di cui parliamo si parlava nei salotti e nei caffè di “capitalismo spacciato”, di governo del popolo e di diritti della nazioni. Quella che oggi definiremmo “crisi della democrazia rappresentativa”, insieme con il dispiegarsi di fenomeni quali il populismo, appare essere lo stesso fenomeno in salse differenti: il rigettare quell’idea, ormai  “tramontata”, di appartenere a una comunità che non può governarsi da sola. È il trionfo del popolo e della piazza contro l’autorità incarnata dalle élite: concetto che lo storico Niall Ferguson ha brillantemente utilizzato come titolo del suo recente libro “La Torre e la Piazza”, con la seconda che periodicamente tende a prevalere sulla prima.

Lo stato di sfiducia perpetuo nei confronti delle istituzioni e nella loro capacità di gestire efficacemente il potere si fonde con l’inquietudine dei tempi generata da improvvisi mutamenti tecnologici e incertezze morali. In questo cocktail letale l’autore ci ricorda che “era nell’ordine delle cose che un’ora prima del tramonto le valli avessero ragione dei monti, i giovani dei vecchi, gli stolti dei savi”. A proposito dell’uno vale uno inaugurato dal grillismo di prim’ordine: “Fabbricanti ungheresi di latrine che diventano baroni”. Tutti quanti gli strati più indocili della popolazione intraprendevano azioni per indebolire lo stato e l’Imperatore (Il moderno establishment) “rendere la legge impotente più di quel che già non fosse, per turbare la quiete, la decenza, per farsi beffe del decoro, esigendo più diritto per il popolo.” Le similitudini con il contemporaneo appaiono così inequivocabili. Ci obbligano a fare i conti con il passato. Leggere Roth a Bruxelles diviene imperativo categorico.

“Nitroglicerina ed elettricità ci manderanno allo sfacelo!” 

Presagiva il vecchio Chojinski nell’altro celebre romanzo “La marcia di Radeztki”, come a voler rifornire di forza nuova la nostra ansia contro la disoccupazione tecnologica, l’intelligenza artificiale e l’era digitale. Tema tecnologico che era caro anche a un caro amico e altrettanto famose scrittore austriaco, quello Stefan Zweig de “Il mondo di ieri” che si meravigliava di come “la fede nel progresso ininterrotto ampliato dai continui miracoli della scienza e della tecnica aveva la forza di una religione” e di come una fede ingenua alimentava “l’Illusione che il progresso tecnico dovesse immancabilmente avere per effetto un non meno rapido miglioramento morale.”

Sulla base di queste roboanti similitudini, chiedersi cosa sia oggi la nostra Europa potrebbe rivelarsi un esercizio utile per tentare di risolvere i numerosi problemi che attanagliano le istituzioni europee. Tra di essi il più grave sembra essere proprio quello dell’intelligibilità, ossia la capacità dell’uomo comune di comprendere il funzionamento di queste strutture sovranazionali. La policy strategy colonizzata dalla narrativa sulla tecnica, il rifiuto quasi teleologico di etichettare come anti-europei i fautori di una proposta di riflessione sul futuro del Vecchio continente e cioè la difesa aprioristica dello status-quo, non sembrano apparire strategie lungimiranti per tentare di ridurre il deficit democratico, reale o percepito. Porsi dal punto di vista istituzionale come un neo-impero austroungarico con le relative debolezze dovute alle insanabili differenze interne, rischierebbe di irrigidire e non stemperare la situazione. Tra le più evidenti c’è ad esempio quella che il politologo Sergio Fabbrini ha non molto tempo fa definito come lo scontro tra Visegrad e Ventotene.

Perché se è vero che “è negato ai contemporanei di riconoscere sin dai primi inizi i grandi movimenti che determinano l’epoca loro”, è anche vero che lo studio e la rilettura del passato potrebbe consentire una presa di coscienza in questa epoca parimenti confusa. Sperando che Roth abbia torto, cioè che non sia della “natura umana preferire la grandiosa sciagura che tutto distrugge all’affanno particolare”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: